La Diga del Vajont

La Diga del Vajont, in Comune di Erto e Casso

VAJONT
una frana annunciata
di Francesco Niccolini
(Stesura per il monologo di Marco Paolini)
Nessuno scivolamento si produce da un minuto all'altro. Tale comportamento è impossibile per una montagna. Ogni scivolamento deve esordire in maniera lentissima. La gravità mette il fenomeno in movimento, la coesione e l'attrito frenano il movimento. Più grande è la massa che sta per cadere, maggiore è il tempo necessario per l'avvio dello scivolamento. Per i grandissimi scivolamenti la preparazione può durare decine oppure centinaia di anni. Anzitutto deve essere raggiunto l'equilibrio tra le forze gravitazionali dirette verso il basso da una parte e le forze resistenti dall'altra, ma anche a questo punto numerosi 'fili' devono ancora essere rotti perché la gravità prevalga. E tutto ciò si protrae per un certo tempo e per un certo numero di giorni; i 'fili' rimasti saranno rotti uno dopo l'altro finché la massa non precipita in qualche minuto con grande accelerazione verso valle.
prof. Albert Heim, 1932
Fonti citate e loro abbreviazioni
CM Commissione Ministeriale: Ministero dei Lavori Pubblici, Commissione d'inchiesta sulla sciagura del Vajont, Relazione al Ministero dei Lavori Pubblici, 15 gennaio 1964
CP Commissione Parlamentare: Senato della Repubblica, IV legislatura, Commissione Parlamentare d'inchiesta sul disastro del Vajont (Legge 22 maggio 1964, n. 370). Relazione finale, 15 luglio 1965, Roma 1965
CP A1 Idem, allegato 1. Relazione di minoranza degli onorevoli Busetto, Vianello, Gaiani, Lizzero, Scoccimarro, Gianquinto, Vidali e Alicata
SGI Sentenza del Giudice Istruttore Mario Fabbri, Tribunale di Belluno, N. 85-64 G.I., 20.2.1968
PAS Mario Passi, Morire sul Vajont. Storia di una tragedia italiana, Padova, Marsilio, 1968
MERL Tina Merlin, Vajont 1963. La costruzione di una catastrofe, Venezia, Il Cardo, 1993, riedizione di Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso Vajont, La Pietra, Milano, 1983
ASC Odoardo Ascari, Una arringa per Longarone, Feltre, Castaldi, 1973
1928
4 agosto prima relazione del professor Giorgio Dal Piaz per la progettazione di un bacino artificiale: «Le condizioni strutturali dell'intera conca del Vajont, per quanto l'apparenza possa trarre nell'inganno, in sostanza non sono peggiori di quelle che si riscontrano nella grande maggioranza dei bacini montani dell'intera regione veneta» (CM 42)
1929
30 gennaio la Società Idroelettrica Veneta chiede la concessione di derivazione del torrente Vajont per la produzione di energia elettrica, corredata dal progetto dell'ingegner Carlo Semenza
1937
9 agosto relazione geologica Dal Piaz
1940
5 giugno relazione geologica Dal Piaz
22 giugno la Società Adriatica di Elettricità (SADE) chiede l'autorizzazione per utilizzare i deflussi del Piave, degli affluenti Boite, Vajont e altri minori, nonché la costruzione di un serbatoio della capacità di 50 milioni di metri cubi creato mediante la costruzione nel Vajont, presso il ponte del Colomber, di una diga alta 200 metri
1943
15 ottobre voto favorevole del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici: alla riunione partecipano 13 componenti su 34, dunque senza che venga raggiunto il numero legale (CP A1 7)
1948
24 marzo decreto Presidente della Repubblica di concessione
25 marzo relazione Dal Piaz: «i numerosi sopralluoghi effettuati in sito, i sondaggi e i cunicoli eseguiti avevano confermato che la diga, nella sezione prescelta, veniva ad impostare per tutta la sua altezza e, cioè, fino al nuovo livello massimo assegnatole [202 m, ndr], nella zona in cui la roccia, generalmente ottima, si presentava, nel suo complesso, più compatta» (CM 48)
15 maggio la SADE presenta domanda di variante per l'utilizzazione dei deflussi di Piave, Boite e Vajont per la costruzione di un serbatoio di 58 milioni di metri cubi.
11 ottobre lettera di Semenza a Dal Piaz: «Si tratterebbe ora di esaminare la possibilità di elevare il livello del serbatoio oltre la quota attualmente prevista (677), eventualmente fin verso la 730. [...] Gradirei anche qui il suo parere» (SGI 76)
15 ottobre lettera di Dal Piaz a Semenza: «Le confesso che i nuovi problemi prospettati mi fanno tremare le vene e i polsi» (SGI 76)
21 dicembre relazione geologica Dal Piaz: “La struttura geologica della Valle del Vajont agli effetti degli smottamenti dei fianchi che possono derivare dal progettato invaso e dalle oscillazioni del livello del lago”. L'attenzione è posta in particolare alla zona di Erto e a quella di Pineda che presentano materiali detritici di dubbia stabilità. Dal Piaz sostiene che, pur non escludendo la possibilità di smottamenti, si tratti di frane meno ingenti di quanto si può sospettare a prima impressione (CM 42-3).
1949
23 gennaio il Consiglio Comunale di Erto e Casso ratifica la vendita alla SADE dei terreni situati in Val Vajont di proprietà comunale per la somma di lire 3.500.000, ad un prezzo di lire 3,94 al metro quadrato, da vincolare in titoli di stato al Ministero dell'Agricoltura e Foreste, trattandosi di terreni sottoposti ad usi civici. Per un errore catastale il comune vende anche terreni di proprietà privata. Quando si tratta di versare al Ministero dell'Agricoltura e delle Finanze i 3.500.000, il comune li ha già spesi, compresi quelli che deve restituire alla SADE per la vendita dei terreni non suoi. La SADE anticipa la somma al comune, da scomputare dai canoni per i diritti rivieraschi in conseguenza dell'uso dell'acqua del torrente (MERL 32-33). Nei mesi seguenti comincia la trattativa tra la SADE ed i proprietari privati per l'acquisto dei terreni non comunali.
1952
18 marzo la SADE si impegna a costruire sul lago una passerella per riallacciare le comunicazioni con la sponda sinistra della valle, interrotte dal bacino.
18 dicembre decreto Presidente della Repubblica di concessione relativo alla variante del 15.5.1948.
1953
18 novembre appendice alla relazione geologica Dal Piaz del 21.12.1948.
1957
gennaio la SADE, senza autorizzazione, inizia i lavori di scavo.
31 gennaio la SADE inoltra la domanda per modificare il progetto della diga, portandone l'altezza a 266 metri, allegando la relazione geologica di Dal Piaz del 25.3.1948 ed un'appendice datata 31.1.1957
6 febbraio lettera di Dal Piaz a Semenza: «Ho tentato di stendere la dichiarazione per l'alto Vajont, ma Le confesso sinceramente che non m'è riuscita bene e non mi soddisfa. Abbia la cortesia di mandarmi il testo di quella ch'Ella mi ha esposto a voce, che mi pareva molto felice. La prego inoltre di dirmi se devo mettere l'intestazione dell'Ente al quale deve essere indirizzata, e se devo mettere la data d'ora o arretrata. Appena avrò la sua edizione la farò dattilografare e Le farò immediatamente invio. Scusi il disturbo» SGI 82
7 febbraio risposta di Semenza a Dal Piaz: «Le allego copia del testo al quale Ella secondo me potrebbe in linea di massima attenersi. Ho lasciato punteggiata una frase che, se Ella crede, potrebbe mettere per illustrare le condizioni delle note cuciture fra strato e strato. L'appendice dovrebbe avere l'intestazione e la data che ho indicato nell'appunto. In ogni modo Le lascio ogni più ampia libertà. [...] A guadagno di tempo, sarebbe meglio che Ella ci consegnasse la relazione già stesa da Lei firmata» (SGI 82). La data che Semenza indica nell'appunto è il 31.1.1957.
1 aprile l'ingegner Bertolissi viene nominato dal Genio Civile assistente governativo per la diga del Vajont: il suo compito è quello di seguire in modo permanente i lavori del cantiere e riferirne regolarmente al Genio Civile ed al Servizio Dighe
2 aprile la SADE presenta il progetto esecutivo, a firma dell'ingegner Carlo Semenza, con aumento dell'altezza della diga da 202 a 266 metri e conseguente aumento della capacità utile del serbatoio a 150 milioni di metri cubi: costo previsto 15 miliardi di lire, con un contributo governativo di 4 miliardi e 805 milioni
17 aprile la IV sezione del Consiglio Superiore Lavori Pubblici autorizza l'inizio dei lavori, che la SADE ha già avviato dal gennaio
31 maggio il Servizio Dighe chiede una relazione geologica adeguata al nuovo progetto
11 giugno Dal Piaz invia a Semenza il manoscritto della relazione geologica, con un appunto: «Spero che il mio scritto risponda ai suoi desideri e che non ci sia bisogno di modificazioni di fondo. La prego di rimandarmi con suo comodo il manoscritto con le sue osservazioni, delle quali non mancherò di tener conto come di consueto» (CP A1 8)
14 giugno lettera di risposta di Semenza a Dal Piaz: «Le ritorno la bozza della relazione che, previo soltanto due o tre varianti di scarsa importanza, ho fatto ribattere in bozza, pensando di fare cosa utile anche a lei prima della stesura definitiva.» (CP A1 9)
15 giugno voto favorevole dell'Assemblea plenaria del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, con una prescrizione: «E' però necessario completarle [le indagini geologiche] nei riguardi della sicurezza degli abitanti e delle opere pubbliche, che verranno a trovarsi in prossimità del massimo invaso» (CM 49). In altre parole si approva un progetto constatando che per affrontare lo stesso è indispensabile procedere ad ulteriori indagini. E' presente Carlo Semenza, che porta con sé la minuta della relazione geologica di Dal Piaz
6 agosto rapporto geotecnico di Leopold Müller (il secondo che gli commissiona la SADE): «...il terreno in sponda sinistra, caratterizzato da ammassi di sfasciume, sui cui verdi pascoli sorgono numerosi casolari è in forte pericolo di frana, sebbene sia una formazione rocciosa. La roccia è ivi molto fratturata e degradata e può pertanto facilmente scoscendere ed essere posta in movimento» (ASC 57)
25 settembre la SADE invia al Ministero la versione ufficiale della relazione geologica presentata in bozza il 9.6.1957
1958
12 febbraio la SADE comunica al Servizio Dighe di aver preso visione del voto con la richiesta di ulteriori perizie e formula le sue osservazioni in merito ai rilievi, suggerimenti e raccomandazioni. Nel testo nessun riferimento alla richiesta delle nuove indagini. Né il Servizio Dighe né il Genio Civile rilevano tale lacuna
1 aprile la IV sezione del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici nomina la Commissione di Collaudo, il cui compito è quello di accertare che la diga venga costruita secondo le prescrizioni, che gli invasi e gli svasi diano risultati soddisfacenti e che l'impianto si dimostri pienamente efficiente. Di essa fanno parte: Francesco Penta, geologo; Francesco Sensidoni, ingegnere capo del Servizio Dighe; Pietro Frosini, ingegnere, presidente della IV sezione del Consiglio Superiore Lavori Pubblici, che aveva proposto al Consiglio Superiore l'approvazione del progetto; Luigi Greco, presidente del Consiglio Superiore Lavori Pubblici, che aveva approvato il progetto: il Regolamento sui lavori di competenza del Ministero dei Lavori Pubblici, (art. 92, ultimo comma, 25.5.1895 e art. 122 del 23.5.1924) vieta espressamente che possa essere nominato collaudatore né far parte di commissione di collaudo chi abbia preso parte alla redazione del progetto da collaudare. Alla lettera, Frosini e Greco non hanno redatto il progetto della diga del Vajont, bensì lo hanno approvato. E' chiaro comunque che vengono chiamati a controllare due di coloro che hanno partecipato alla formazione dell'atto da controllare. Francesco Penta è inoltre consulente privato della SADE per l'impianto di Pontesei a Forno di Zoldo MERLIN 59
22 aprile autorizzazione provvisoria del Genio Civile di Belluno alla SADE ad iniziare i getti di calcestruzzo
24 aprile la SADE sottoscrive le condizioni dettate dal voto del 15.6.1957, dunque impegnandosi anche alle indagini geologiche suppletive
25 agosto liquidazione del primo contributo del Ministero dei Lavori Pubblici alla SADE
3 ottobre viene concesso alla SADE di sostituire la passerella prevista nel 1952 sul bacino con una strada perimetrale lungo tutta la sponda sinistra del bacino: alle proteste degli erto-cassani che preferivano la passerella, «La SADE risponde che non si può, che la natura del terreno non permette la costruzione dell'opera» (MERL 49)
29 ottobre nuova relazione Dal Piaz, riferita al tracciato della strada perimetrale sulla sinistra del Vajont. In essa si osserva l'esistenza, in località Pozza, di roccia fratturata e si suppone che possano esservi in profondità fessurazioni parallele alla valle. Dal Piaz conclude però sostenendo che mancano «segni superficiali per i quali si potesse parlare di avvenuti movimenti» (CM 58)
1959
7 marzo liquidazione del secondo contributo del Ministero dei Lavori Pubblici alla SADE
22 marzo frana di Pontesei: 3 milioni di metri cubi di roccia cadono nell'invaso costruito dalla SADE. Muore l'operaio Arcangelo Tiziani. Consulente geologico dell'impianto è Francesco Penta, che fa parte della Commissione di Collaudo per la diga del Vajont.
23 marzo lettera del geologo Pietro Caloi (che sta studiando la zona della diga dal 1953) all'ingegner Tonini, a proposito della frana di Pontesei: «...ti prego di rileggere la relazione che al riguardo ti ho inviato ai primi di luglio 1958: ciò che è avvenuto vi è previsto con esattezza sconcertante» (ASC 33)
27 marzo Caloi, sempre a proposito della frana di Pontesei e della sua prevedibilità, scrive all'ingegnere Rossi-Leidi: «Rassicuri pure l'ing. Biadene: la discrezione è nel mio costume. Piuttosto, se mi posso permettere un consiglio, suggerirei di trarre le naturali conseguenze dal fatto.» (ASC 33)
3 maggio costituzione del Consorzio civile per la rinascita della valle ertana, fondato da 126 cittadini di Erto e Casso
5 maggio appare su “l'Unità” un articolo a firma di Tina Merlin dal titolo “La SADE spadroneggia ma i montanari si difendono”. La Merlin denuncia le responsabilità della SADE e segnala i pericoli cui la costruzione del bacino espone gli abitanti di Erto. L'articolo costa alla Merlin ed al direttore de “l'Unità” la comparsa in giudizio «per diffusione di notizie false, esagerate, tendenziose capaci di turbare l'ordine pubblico» (CP A1 16)
30 maggio decreto di concessione relativo al progetto del 1957
19-21 luglio primo sopralluogo della Commissione di Collaudo, che viene portata anche a Cortina d'Ampezzo ed a Venezia, a cena sulla terrazza dell'albergo Europa. Del sopralluogo, l'ingegner Sensidoni deve presentare una relazione al Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici: «Ma del Vajont, tra paesaggi, pranzi e cene, si ricorda poco. Per essere più sicuro la chiede alla SADE, che gliela manda. Gliela invia il Direttore dell'Ufficio studi, Dino Tonini (MERL 61)
23 luglio il capo del Genio civile di Belluno, ingegner Desidera, che ha appena imposto alla SADE la sospensione dei lavori di costruzione della strada di circonvallazione sulla sinistra del Vajont (in quanto la società non ha presentato il relativo progetto al Genio Civile), viene trasferito in altra sede con lettera urgentissima firmata dal Ministro dei Lavori Pubblici.
settembre la costruzione della diga è ultimata: 261,60 metri di altezza; 190,15 metri di lunghezza al coronamento; 725,50 metri di quota del coronamento; 22,11 metri di spessore alla base; 3,40 metri di spessore alla sommità; 168 metri di corda in sommità; 360.000 metri cubi di calcestruzzo e 400.000 metri cubi di roccia asportata.
ottobre la SADE incarica il professor Caloi di condurre una campagna geofisica sul versante sinistro a monte della diga.
10 ottobre sesto rapporto geologico di Leopold Müller: i suoi dubbi sulla stabilità della sponda sinistra sono tali che egli propone alla SADE di saggiare la stabilità dei fianchi del futuro serbatoio attraverso dieci diversi tipi di indagine
22 ottobre secondo sopralluogo della Commissione di Collaudo.
28 ottobre la SADE avanza domanda di invaso sperimentale, fino a quota 600 metri.
dicembre viene installata presso i comandi centralizzati della diga una stazione sismica definita da Caloi «unica al mondo» (CM 64).
2 dicembre crolla la diga del Frejus. Semenza scrive a Dal Piaz: «Spero di vederla presto anche per riparlare del Vajont che il disastro del Frejus rende più che mai di acuta attualità» (MERL 63).
1960
4 febbraio Caloi consegna la sua relazione, che parla di «un potente supporto roccioso autoctono» SGI 162, dunque di una roccia solida e compatta, dall'elevatissimo modulo elastico, con uno spessore del detrito superficiale di 10-12 metri. La relazione viene consegnata agli organi di controllo.
9 febbraio il Servizio Dighe (ingegner Frosini) concede alla SADE l'autorizzazione per un invaso sperimentale fino a quota 595 (comunicazione da parte del Genio Civile di Belluno del 16.2.1960): la SADE aveva già iniziato ad immettere acqua il 2 (SGI 98).
marzo in concomitanza con il primo invaso si verifica una frana che si stacca dalla parete del Monte Toc, immediatamente sovrastante il fondovalle e poco a monte dello sbocco del rio Massalezza.
maggio vengono installati i primi capisaldi destinati ad identificare eventuali moto franosi del Toc.
10 maggio la SADE, dati i risultati positivi del primo invaso sperimentale, chiede di poter elevare direttamente il livello dell'acqua fino a quota 660, senza prima aver svasato.
giugno relazione geologica di Franco Giudici e Edoardo Semenza, figlio di Carlo (commissionata dalla SADE su indicazione di Leopold Müller): dopo avere elencato una serie di rischi minori, la relazione afferma che «più grave sarebbe il fenomeno che potrebbe verificarsi qualora il piano d'appoggio della intera massa e della sua parte più vicina al lago fosse inclinato (anche debolmente) o presentasse un'apprezzabile componente di inclinazione verso il lago stesso. In questo caso il movimento potrebbe essere riattivato dalla presenza dell'acqua, con conseguenze difficilmente valutabili, attualmente, e variabili tra l'altro a secondo dell'andamento complessivo del piano d'appoggio» (ASC 38-9). La relazione Giudici-Semenza non verrà mai inviata agli organi di controllo. Viceversa, prima che la relazione venga consegnata ufficialmente alla SADE, viene visionata da Carlo Semenza, che scrive al figlio: «Carissimo Edo, riteniamo indispensabile che tu mostri preventivamente la relazione al Prof. Dal Piaz, al quale preannuncio la cosa con la lettera che ti allego in copia. Se anche dovrai a seguito del colloquio attenuare qualche tua affermazione, non cascherà il mondo» (lettera di Carlo Semenza a Edoardo del 24.5.1969, ASC 38). E a Dal Piaz: «Egregio Professore ho piacere che lei la veda [la relazione]. Anche se ci saranno eventuali sfumature di opinioni, poco male: resterebbero sempre sotto la responsabilità di mio figlio, se Ella riterrà opportuno che egli firmi la relazione» (ibidem).
11 giugno il Servizio Dighe concede l'autorizzazione a proseguire l'invaso fino a quota 660 (comunicazione del 22.6.1960).
9 luglio relazione Dal Piaz sugli smottamenti: «non può escludersi che questi smantellamenti dell'orlo esterno del ripiano non possano concorrere a dare alla superficie valliva sottostante un andamento sempre meno ripido, raggiungendo gradualmente [...] il profilo di equilibrio.» (CM 68) Ciononostante, anche Dal Piaz consiglia una «sistematica sorveglianza» (ibidem).
4 novembre una frana di 700.000 metri cubi di roccia si stacca dalla parete del Toc e cade nel bacino. In contemporanea alla frana, compare, sul Toc, sul versante sinistro della valle, una fessura lunga 2500 metri, a forma di M: è il profilo della frana del 9 ottobre 1963. Dopo la frana, Edoardo Semenza continua le sue indagini. Al Giudice Istruttore Fabbri dirà: «In conclusione ritenevo che la massa instabile avesse una fronte di circa due chilometri di lunghezza, un volume di circa 250.000.000 di metri cubi e spessori variabili da 100 a 250 metri in media. Queste mie conclusioni comunicai a voce sul posto (Vajont) al Prof. Müller che le prese per buone, facendo poi approfondire studi di dettagli sulle fessure e sui movimenti manifestatisi. Ciò avveniva in una o due riunioni del novembre 1960» (ASC 39-40).
15-16 novembre riunione di tutti i tecnici SADE presso il cantiere del Vajont: Leopold Müller, Semenza, Pancini (capocantiere), Linari, Ruol, Biadene; si decide lo svaso e la costruzione di una galleria di sorpasso (by-pass) che colleghi, in caso di caduta della frana, i due bacini risultanti. Spesa prevista: un miliardo di lire.
17 novembre inizia lo svaso, fino a 600 metri, raggiunti il 31 dicembre.
28 novembre terzo sopralluogo della Commissione di Collaudo
30 novembre a Milano si apre il processo contro Tina Merlin e “l'Unità”: tre testimoni di Erto e le fotografie della frana del 4 novembre fanno desistere la parte denunciante a deporre. Il processo si chiude con l'assoluzione della Merlin e de “l'Unità” perché, recita la sentenza, nell'articolo incriminato «nulla vi è di falso, di esagerato o di tendenzioso» (MERL 75-6).
dicembre inizia la seconda campagna geosismica di Caloi. Caloi e Müller non vengono mai fatti incontrare tra di loro, né sono a conoscenza dei reciproci studi (ASC 72).
1 dicembre promemoria del professor Penta: «una tra le numerose fenditure, lunga circa 2.500 metri, ha fatto sorgere i maggiori timori, in quanto può essere interpretata come l'intersezione con il terreno di una superficie di rottura profonda e che arriverebbe praticamente fino al fondo valle, separando dalla montagna una enorme massa di materiale. [...] Prima di accedere a tale interpretazione catastrofica», Penta osserva che i dati a disposizione «sono relativi a manifestazioni di superficie, ma non si hanno elementi per giudicare se il fenomeno si estenda in profondità e se sia veramente in atto un movimento di massa. [...] Il movimento potrebbe essere limitato al massimo ad una coltre dello spessore di 10-20 metri, con velocità molto basse, e comunque, non coinvolgerebbe masse di materiali tali da decidere non solo della vita del serbatoio, ma anche del pericolo di sollecitazioni anormali sulla diga. [...] Nell'altro caso, si dovrebbe ammettere la possibilità di un improvviso distacco di una massa enorme di terreno (suolo e sottosuolo)» (CP A1 13)
1961
1
gennaio inizio della costruzione della galleria di sorpasso, tra quota 624 e
614.
7
gennaio il Genio Civile di Belluno, su incarico del Servizio Dighe, richiede
ufficialmente alla SADE indagini sulla fenditura al fine di stabilire se si
tratti di una rottura profonda o superficiale.
10
gennaio il Genio Civile di Belluno incarica l'assistente governativo di
informare settimanalmente sul movimento franoso e sul comportamento della diga
31
gennaio la SADE commissiona al CIM, Centro Modelli Idraulici di Nove di
Fadalto (Vittorio Veneto) un modello del bacino di Vajont e della diga in scala
1:200, al fine di valutare l'entità di onde provocate da frane che si
verifichino dentro il bacino. Il CIM è un centro studi SADE affidato
all'Istituto di Idraulica dell'Università di Padova. Secondo statuto, il CIM
deve costruire e sperimentare «grandi modelli idraulici di impianti in
esercizio o in costruzione da parte della SADE». Nel Comitato direttivo del
Centro Modelli Idraulici di Nove, accanto ai professori Augusto Ghetti e
Francesco Marzolo, dell'Istituto di Idraulica, vi sono quattro rappresentanti
della SADE: il responsabile dell'Ufficio studi, ingegner Tonini, e gli ingegneri
Indri, Sestini ed il fratello dello stesso Ghetti (PAS 36).
2
febbraio al Consigli provinciale di Belluno, i gruppi comunista e socialista
presentano una interpellanza sulle misure da richiedersi per scongiurare il
pericolo che sovrasta la popolazione di Erto, Longarone e paesi limitrofi».
Viene accolta la proposta di incaricare un geologo di fiducia
dell'Amministrazione di provvedere a nuove indagini. Il Presidente della
Provincia, Alessandro Da Borso, chiede la collaborazione del suo collega di
Udine, essendo il comune di Erto in provincia del capoluogo friulano. La
risposta, che egli riferisce nel Consiglio provinciale del 13 febbraio è: «La
provincia di Udine si disinteressa completamente di quella questione che non la
riguarda» (MERL 73-4).
3 febbraio quindicesimo rapporto geologico di Müller sulla frana del Toc. Müller parla di due differenti frane, una a est ed una ad ovest del torrente Massalezza. Diverse le interpretazioni di questa doppia frana: per Edoardo Semenza si tratta di una frana unica che Müller divide «in porzioni tipografiche unicamente per comodità d'esposizione» (ASC 40); per gli ingegneri della SADE si tratta di due distinte frane. Le conclusioni cui giunge Müller sono senza speranze per l'intero impianto: «A mio parere non possono esistere dubbi su questa profonda giacitura del piano di slittamento o della zona limite. Il volume della massa di frana deve essere quindi considerato di circa 200 milioni di metri cubi» (CP A1 12). Secondo Müller le contromisure sono ormai irrealizzabili sul piano pratico, umano ed economico. La sola misura di sicurezza possibile e percorribile è l'abbandono del progetto: «Alla domanda se questi franamenti possono venire arrestati mediante misure artificiali, deve essere risposto negativamente in linea generale; anche se, in linea teorica, si dovesse rinunciare all'esercizio del serbatoio, una frana talmente grande, dopo essersi mossa una volta, non tornerebbe tanto presto all'arresto assoluto» (CP A1 13). La relazione Müller non verrà mai inviata agli organi di controllo.
13
febbraio nella seduta del Consiglio provinciale di Belluno, viene votato
all'unanimità un ordine del giorno in cui si dà mandato alla Giunta di
prendere contatti con i Ministri competenti per predisporre tempestivamente
tutte le misure di sicurezza per garantire l'incolumità delle popolazioni nella
zona del bacino del Vajont.
21
febbraio nuovo articolo di Tina Merlin su “l'Unità” dal titolo “Mentre
si lascia alla SADE la possibilità di sottrarsi agli obblighi di legge, una
enorme massa di 50 milioni di metri cubi minaccia la vita e gli averi degli
abitanti di Erto”.
10
aprile relazione Caloi: rispetto alla precedente relazione del 1959-60,
secondo Caloi la roccia si è frantumata, con un enorme decadimento delle
proprietà elastiche della roccia del versante sinistro, che da solido e
compatto, nel giro di un solo anno, sarebbe divenuto minutamente fratturato: un
fenomeno senza precedenti nella letteratura tecnica, a detta dello stesso Caloi.
Tale relazione non viene mai fatta leggere al professor Müller, che viceversa
era stato informato della precedente e rassicurante relazione di Caloi. I due
studiosi non vengono mai fatti incontrare (ASC 72).
10
aprile quarta visita della Commissione di Collaudo, in base alla quale Penta
e Sensidoni dichiarano che gli spostamenti sul fianco sinistro sono andati
attenuandosi fino ad annullarsi e che non è da temere un serio aggravamento
della situazione per un aumento del livello del lago (CM 104).
15
aprile visita di Penta al bacino, mentre l'acqua è sotto quota 600 e si sta
procedendo alla costruzione del by-pass. La situazione è tranquilla: «E' da
ritenere pertanto che nelle condizioni attuali e sempre che il livello del lago
si mantenga attorno alle quote attuali non sussistano immediati pericoli» (ASC
49).
20
aprile lettera di Carlo Semenza all'ingegner Vincenzo Ferniani: «Ella può
immaginare il mio stato d'animo in questa situazione. [...] Dopo l'abbassamento
del livello del serbatoio, probabilmente anche a causa del freddo sopravvenuto,
i movimenti sul fianco sinistro si sono praticamente arrestati e credo che fino
a che il livello sarà tenuto basso non sarà il caso di avere nuove
preoccupazioni. Ma cosa succederà col nuovo invaso? [...] Non le nascondo che
il problema di queste frane mi sta preoccupando da mesi: le cose sono
probabilmente più grandi di noi e non ci sono provvedimenti pratici adeguati.
[...] I professori Dal Piaz e Penta sono piuttosto ottimisti: tendono a non
credere che avvenga uno scivolamento in grande massa e sperano (anch'io lo
spero!) che la parte mossa si sieda su se stessa. Sono entrambi d'accordo su
ogni provvedimento di sicurezza. [...] Dopo tanti lavori fortunati e tante
costruzioni anche imponenti, mi trovo veramente di fronte ad una cosa che per le
sue dimensioni mi sembra sfuggire dalle nostre mani» (CP A1 14-5).
5
maggio alle interrogazioni del Presidente del Consiglio provinciale di
Belluno, avvocato Da Borso, risponde Benigno Zaccagnini, ministro dei Lavori
Pubblici, che parlando della frana del 4.11.1960 sostiene che si tratti di «roccia
continua, omogenea e di sicura stabilità» (CP A1 17). Il Ministro rassicura Da
Borso scrivendogli che «in linea generale mi pare che quel terreno stia fermo e
possa dar luogo solo a frane superficiali del materiale di riporto» (CP 77).
Tutt'altro che rassicurato, Da Borso decide di andare personalmente a Roma per
ottenere maggior chiarezza. Al ritorno a Belluno «è costretto a confessare che
a Roma è come battere la testa contro un muro perché “la SADE è uno stato
nello stato”» (MERL 80 e 87).
10
maggio La galleria di sorpasso è ultimata. La SADE domanda l'autorizzazione
a riprendere l'invaso sperimentale e proseguire fino a quota 660.
19
luglio lettera dell'ingegnere SADE professor Indri al professor Augusto
Ghetti dell'Istituto di Idraulica dell'Università di Padova e responsabile
della ricerca commissionata dalla SADE al CIM di Nove. Nella lettera vengono
specificati i criteri con cui devono essere condotte le prove sul modello. La
SADE vuole difatti conoscere l'entità dell'onda creata dal crollo di una frana,
dell'ordine di 20-40 milioni di metri cubi, con invaso a quote comprese tra i
680 ed i 720 m. s.l.m. Le prove prevedono che, secondo l'interpretazione degli
ingegneri SADE degli studi di Müller, si tratti di due frane distinte e che si
stacchino prima l'una e poi, di conseguenza, l'altra. Come materiale di frana
impiegato nell'esperimento viene scelta prima la sabbia, poi - una volta
verificato che la sabbia bagnata non è adatta allo scivolamento - ghiaia, in
ciottoli arrotondati. In un primo momento, per tener ferma la ghiaia sul
tavolato che simula il piano inclinato del Toc, vengono incernierate delle
tavole di legno: al momento di effettuare le prove, le tavole di legno provocano
onde più alte della ghiaia stessa. Viene deciso di eliminare le tavole e
trattenere la ghiaia con reti di canapa, prima in caduta libera per gravità,
quindi accelerata dalla spinta di un trattore. (PAS 37-38) Per simulare i tempi
di caduta, viene usato come riferimento la frana di Pontesei: «...il Comitato
ha proposto l'esecuzione di altre esperienze di caduta di frana prolungando i
tempi fino a 5 minuti, dato che si ritiene che i tempi di caduta dell'ordine di
un minuto o due siano troppo brevi in relazione all'andamento che questi
fenomeni hanno normalmente: ad esempio la frana di Pontesei, che ha avuto un
tempo di caduta prossimo ai dieci minuti». Diversa la testimonianza
dell'ingegnere Linari, presente alla frana di Pontesei, che, interrogato se
avesse riferito le modalità di caduta a Biadene e Semenza, dichiarerà al
Giudice Istruttore: «Ciò ebbe la durata approssimativa di 30 secondi e a
questo punto, per mia fortuna, cercai di scappare.» (ASC 29) Gli studi si
protrarranno per più di un anno.
25
luglio tre deputati DC bellunesi interpellano il ministro dei Lavori
Pubblici sui rischi del bacino, rischi resi evidenti dalla costruzione della
galleria di sorpasso: il Ministro chiede al presidente della IV Sezione una
risposta e questi chiede una relazione a Pancini, ingegnere alle dipendenze
SADE. Significativa la risposta offerta dalla società: la galleria di sorpasso
serve perché la frana del 4 novembre ha riempito un tratto della gola,
dividendo così il serbatoio in due parti (PAS 29).
agosto-settembre
vengono ultimati i quattro piezometri sulla sponda sinistra del Toc: si
tratta di tubi di acciaio infissi nel terreno attraverso fori/sonda,
raggiungendo profondità comprese tra 167 e 221 metri. I piezometri assolvevano
a due funzioni: controllare il livello dell'acqua dentro la roccia e verificare
se la frana era superficiale o profonda: nel primo caso lo spostamento di uno
strato superficiale di terreno avrebbe rotto i tubi, incastonati a grande
profondità; nel secondo caso, i tubi avrebbero continuato a funzionare, a
conferma che la frana toccava uno strato molto profondo di terreno e roccia,
superiore alla profondità raggiunta dai piezometri stessi. Uno dei quattro tubi
va subito fuori uso, mentre gli altri tre, fino al giorno della frana, non si
rompono né subiscono deformazioni.
1
agosto Frosini, presidente della IV sezione del Consiglio Superiore dei
Lavori Pubblici, va in pensione ed è sostituito dall'ingegnere Curzio Batini,
capo del Servizio Dighe, responsabile ultimo delle autorizzazioni per gli
invasi.
19
settembre al CIM giungono in visita il
professor Giovanni Padoan, che ha sostituito Greco alla presidenza del Consiglio
Superiore dei Lavori Pubblici, e l'ingegner Curzio Batini. Insieme a loro, il
vicedirettore generale della SADE, ingegner Marin e lo staff della diga:
Semenza, Biadene, Tonini, Pancini, Dal Piaz. Ad essi viene mostrato un
esperimento addomesticato, una simulazione con meno ghiaia, «per non mostrare
onde eccessive» (PAS 38-9).
5
ottobre la SADE domanda di poter raggiungere quota 680.
16
ottobre con decreto del prefetto di Udine, la SADE è autorizzata ad occupare
permanentemente tutti gli immobili che le servono per completare la strada di
circonvallazione sul versante sinistro del bacino (MERL 83), espropriando di
fatto tutti i proprietari terreni.
17
ottobre quinta ed ultima visita della Commissione di Collaudo e parere
positivo alla ripresa dell'invaso, per quanto nel verbale si legge «Non si può
escludere che con l'aumento dell'invaso la frana si rimetta in movimento» (ASC
51).
19
ottobre senza attendere l'autorizzazione, la SADE riprende l'invaso (SGI
154-5).
31
ottobre muore Carlo Semenza. Lo sostituisce l'ingegnere Alberico Biadene.
Relazione di Penta, relativa ai sopralluoghi del 10.4.1961 e del
17.10.1961: egli sostiene che è impossibile sciogliere l'alternativa tra moto
superficiale e moto profondo per la frana. Secondo Penta non ci sono elementi
sufficienti per una interpretazione catastrofica come quella di Müller, anche
se non la si può escludere; egli propende però per una “lama”, ovvero per
un semplice moto di detrito superficiale (CM 110).
16
novembre autorizzazione alla ripresa dell'invaso, ma solo fino a quota 640,
con incrementi non superiori al metro al giorno e con l'obbligo di rapporti
quindicinali sullo stato della diga e delle sponde. La SADE ha già iniziato
l'invaso il 19 ottobre.
5
dicembre la SADE rinnova la richiesta per raggiungere quota 680.
23
dicembre il Servizio Dighe autorizza quota 655.
1962
31
gennaio la SADE rinnova la richiesta per raggiungere quota 680.
6
febbraio il Servizio Dighe autorizza quota 675.
marzo Biadene cancella dai rapporti quindicinali al Ministero le scosse
sismiche registrate dalle sofisticate apparecchiature montate alla diga (SGI
180-1).
30 marzo il Comitato direttivo del Centro Modelli Idraulici di Nove è del parere che «almeno per il momento non siano da compiere ricerche relative al prorogarsi di una onda di piena a valle della diga». Nella stessa sede, Indri rileva viceversa che sarebbe necessario conoscere la ripartizione dell'onda proveniente dal Vajont, in corrispondenza dell'abitato di Longarone (CM 139).
20 aprile muore Giorgio Dal Piaz,
a causa delle ferite riportate in un incidente automobilistico che gli era
occorso insieme ai membri della Commissione di Collaudo di ritorno dal
sopralluogo del 17.10.1961 (CM 122).
27
aprile scossa sismica.
3
maggio la SADE chiede l'autorizzazione di raggiungere quota 700.
13
maggio scossa sismica.
8
giugno viene concessa l'autorizzazione a raggiungere quota 700.
22
giugno ordinanza del Comune di Erto-Casso per proibire l'accesso ai terreni
perimetrali sotto quota 730 nonché di andare in barca sul bacino.
3
luglio relazione Ghetti relativa alle prove con il modello di Nove: «Già la
quota 700 m. s.m. può considerarsi di assoluta sicurezza nei riguardi anche
del più catastrofico prevedibile evento di frana. Sarà comunque opportuno, nel
previsto prosieguo della ricerca, esaminare sul modello convenientemente
prolungato gli effetti nell'alveo del Vajont ed alla confluenza nel Piave del
passaggio di onde di piena di entità pari a quella sopra indicata per i
possibili sfiori sulla diga» (SGI 201). La relazione Ghetti non viene trasmessa
agli organi di controllo.
8
luglio relazione dell'assistente governativo, Bertolissi: «Oltre alle
fessure verificatesi dopo la frana del 1960, si sono verificate altre fessure,
alcune superficiali, altre più profonde [...]. L'indagine di un geologo sulla
natura delle fessure e sui movimenti darebbe un'idea più esatta della
situazione» (CM 121). Non risulta che dopo 16.10.1961 siano state redatte
relazioni geologiche da parte della SADE né dell'ENEL.
3 agosto lettera dell'ingegnere
capo del Genio Civile di Belluno al Servizio Dighe, nel trasmettere il rapporto
dell'assistente governativo dell'8.7.1962: «L'ufficio scrivente conviene [...]
sulla opportunità di tempestivo controllo da parte di un geologo». Il Servizio
Dighe non risponderà mai (CM 140).
17
novembre l'acqua raggiunge quota 700 e vi resta fino al 2 dicembre; quindi
inizia uno svaso fino a m. 647,5, raggiunti il 10.4.1963
1
dicembre l'ingegner Almo Violin diventa il nuovo titolare del Genio Civile di
Belluno, subentrando all'ingegner Desidera. Violin sostituisce l'ingegner
Beghelli, preposto al ramo dighe, con un geometra che si dichiara essere
all'oscuro della materia e di non aver mai visto la diga del Vajont. Violin
ammetterà «che non conosceva le dighe se non attraverso le reminiscenze
universitarie; di non aver mai visto l'assistente governativo; di aver visitato
la diga una sola volta “per gusto personale”» (CM 152-3).
10
dicembre relazione dell'assistente governativo, Bertolissi: «I diagrammi
relativi agli spostamenti dei punti sotto osservazione nella zona del Toc,
indicano che la velocità di abbassamento è aumentata sensibilmente» (ASC 78).
12
dicembre nasce l'Ente Nazionale Elettricità, ENEL: in forza della legge 6
dicembre 1962 numero 1643, l'attività della SADE per quanto riguarda produzione
importazione, esportazione, trasporto, trasformazione, distribuzione e vendita
dell'energia elettrica, passa al nuovo Ente.
1963
10
gennaio relazione dell'assistente governativo, Bertolissi: «i diagrammi
relativi agli spostamenti dei punti sotto osservazione nella zona del Toc
indicano che la velocità di abbassamento è aumentata nettamente, rispetto ai
mesi di ottobre e precedenti: secondo il sottoscritto, i movimenti si stanno
avvicinando alla criticità» (CP A1 20).
14
marzo decreto Presidente della Repubblica per il trasferimento della SADE
all'ENEL.
16
marzo viene nominato Amministratore provvisorio della ENEL-SADE il
professor Feliciano Benvenuti, di professione consulente economico del gruppo
degli Industriali Veneziani, di cui è presidente Valeri Manera, consigliere
della SADE. Viene deciso di mantenere la struttura organica del personale
precedente fino a quando non ne fosse sopravvenuta una nuova. Ai vertici, due
direttori, ingegneri Vittore Antonelli e Roberto Marin; vicedirettore generale
per il ramo tecnico amministrativo Alberico Biadene, che è anche direttore
dell'azienda di produzione e del servizio costruzioni idrauliche.
16
marzo il Consiglio Comunale di Erto-Casso delibera l'acquisizione della
scuola elementare di Pineda, costruita dalla SADE e donata al Comune.
20
marzo l'ENEL-SADE fa richiesta di un ulteriore invaso fino a quota 715, 15
metri oltre la quota di sicurezza indicata da Ghetti. La Commissione
Ministeriale commenta: «E' di questo periodo la decisione di non proseguire
nella lodevole attività esplicata con esperimenti su modello idraulico al
Centro di Nove, nonostante che il prof. Ghetti, nel concludere la sua relazione,
sottolineasse l'opportunità di estendere le prove a valle della diga per avere
certe indicazioni sulla possibilità di consentire anche maggiori invasi del
serbatoio [...] senza pericolo di danni. La grande messe di dati raccolti con
encomiabile diligenza e capacità dal personale della SADE sul bacino, non
risulta essere stata oggetto di ulteriori esami ed elaborazioni» (CM 146-7).
30
marzo il Servizio Dighe autorizza quota 715 senza un parere scritto della
Commissione di Collaudo, che non si è più riunita.
11
aprile inizia il terzo ed ultimo invaso.
1
luglio il Sindaco di Erto-Casso, rassicurato dalla donazione della scuola,
revoca l'ordinanza del 22.6.1962, ripristinando il libero accesso al bacino. La
SADE e l'ENEL avvisano la Prefettura di Udine dello «stato di pericolo nella
zona del Vajont» e «richiamano la responsabilità» del Sindaco di Erto. In
realtà, la strada di circonvallazione, posta sullo stesso lato della scuola, è
già fuori asse di mezzo metro, a due anni dall'inizio dei lavori di
costruzione. Il Sindaco ripristina la vecchia ordinanza ed il divieto di
accesso.
22
luglio il Sindaco di Erto telegrafa alla Prefettura di Udine ed all'ENEL di
Venezia, richiedendo provvedimenti urgenti e segnalando i pericoli per «inspiegabili
acque torbide lago, continui boati et tremiti terreno comunale» (MERL 94). Non
ottiene risposta.
27
luglio verbale relativo alla presa in consegna dell'impresa elettrica SADE
da parte dell'ENEL. Per quanto riguarda il bacino di Vajont, nell'allegato A,
foglio 9, è scritto che il bacino è in esercizio, alimentatore della centrale
del Colomber, anch'essa in esercizio (SGI 221 e 421).
1
settembre la quota dell'acqua raggiunge m. 709,40. A questo livello, con
piccole oscillazioni fino a m. 710, l'acqua resterà fino al 26 settembre,
quando inizierà l'ultimo svaso.
2
settembre scossa tellurica. Da questa data, ed ininterrottamente fino al 9
ottobre, tutti i capisaldi sul versante sinistro subiscono un continuo aumenti
di velocità: il 2 6,5 mm, il 15 settembre 12 mm, il 26 22 mm, il 2 ed il 3
ottobre 40 mm, fino ai 200 mm del 9 ottobre (CP A1 22).
Lettera del Sindaco di Erto-Casso all'ENEL-SADE: «Richiamato il mio
precedente telegramma del luglio u.s., rimasto, tra l'altro, senza risposta
[...]; constatato che le popolazioni di Erto e Casso stanno vivendo in continua
apprensione ed in continuo allarme; considerato anche che altri queste cose
minimizzano, ma che per la gente di Erto comportano, la sicurezza, la vita e gli
averi, questa amministrazione fa nuovamente presente le proprie preoccupazioni
per la sicurezza della popolazione e del paese e i propri dubbi sulla stabilità
delle sponde del lago di Erto, e, pertanto, esige da codesto spettabile Ente la
sicurezza e la certezza che il paese non vivrà nell'incubo» (CM 166-7) e
diffida pertanto la ENEL-SADE a «togliere dal Comune la causa dello stato di
pericolo pubblico, a mettere la popolazione di Erto in stato di tranquillità e
di sicurezza e solo dopo rimettere in attività il bacino» (CP A1 22). La
lettera viene inviata per conoscenza anche al Ministero dei Lavori Pubblici, al
Genio Civile ed alla Prefettura di Udine. Negli archivi del Ministero di tale
lettera non c'è traccia.
4
settembre l'acqua raggiunge quota 710: non salirà più oltre questa soglia.
12
settembre Biadene risponde alla lettera del
Sindaco di Erto, parlando di «affermazioni piuttosto azzardate», richiamandosi
- per tranquillizzare gli Ertani - agli studi geologici «eseguiti a suo tempo
dal compianto Prof. G. Dal Piaz» (MERL 96).
15
settembre sul Toc si apre una nuova
fessura; si notano inclinazioni degli alberi, avvallamenti della strada di
circonvallazione e l'accentuarsi della lunga fessurazione a forma di M che
attraversa la montagna.
18
settembre riunione alla diga tra Biadene,
Mario Pancini, altri tecnici ENEL-SADE ed i consulenti Caloi ed Oberti: Biadene
rinuncia a raggiungere i 715 metri e si riserva di decidere lo svaso, qualora la
situazione peggiori.
26
settembre Biadene decide di iniziare
l'opera di svaso.
27
settembre inizia lo svaso.
30
ottobre Mario Pancini, direttore del cantiere, in partenza per le ferie,
informa personalmente la sede di Roma della ENEL-SADE della situazione e
dell'inizio dello svaso. Prega l'ingegner Baroncini, direttore centrale delle
costruzioni idrauliche ENEL, di convincere il professor Penta di fare un nuovo
urgente sopralluogo.
1 ottobre Pancini parte per l'America. Al cantiere lo sostituisce l'ingegner Beniamino Caruso, direttore dei lavori del medio Piave. Caruso non riceve nessuna consegna da Pancini. Contemporaneamente, il geometra Rittmeyer, dipendente SADE presso la diga ma con trasferimento accordato a Venezia, si vede revocare detto trasferimento e riceve disposizione di rimanere sul posto.
2
ottobre Biadene si reca personalmente a Roma alla sede ENEL-SADE e discute
della frana con l'ingegner Baroncini: lo prega di insistere presso Penta perché
si rechi alla diga.
Caruso si reca sulla diga e, accertati nuovi movimenti dei capisaldi e
altre recenti fenditure, si rivolge al Genio Civile. Lo fa due giorni dopo e
senza rivolgersi al responsabile, Violin, né a nessun altro in modo formale.
5
ottobre relazione di Caloi, in cui si parla di una frana avvenuta il 10
agosto 1963 alle ore 4 e 45. Non se ne conosce l'entità né l'ubicazione.
6
ottobre la strada di sinistra è quasi intransitabile per le continue crepe
che si aprono nel manto stradale.
7
ottobre Caruso torna alla diga ed avverte Biadene del peggioramento della
situazione; il Genio Civile dispone un sopralluogo dell'Assistente governativo.
Degli operai trovano in una zona boscosa del lato sinistro del Monte Toc
due fessure larghe un metro e lunghe circa dieci; durante la giornata se ne
aprono altre; rotolano sassi, si sentono crepitii provenienti dalle viscere del
monte.
7 ottobre, sera viene dato ordine di far sgomberare il Toc, con esclusione delle frazioni Pineda, Liron, Prada.
8 ottobre, ore 10,30 Biadene e Caruso si recano alla diga e verificano l'ulteriore peggioramento della situazione.
Caruso si reca da Violin al Genio Civile di Belluno, che a sua volta
invita l'assistente governativo, Bertolissi, a recarsi presso la diga. Caruso lo
prega di non «spargere voci allarmistiche». Violin chiede una relazione
scritta (CM 177).
8
ottobre, ore 12 Biadene telefona alla sede
di Venezia della ENEL-SADE, perché si invii un telegramma al Sindaco di
Erto-Casso, affinché emetta ordinanza di sgombero della zona del Toc e
stabilisca il divieto d'accesso alle sponde del bacino, nonché il transito
delle strade nella sponda sinistra del Vajont. L'ordinanza viene emessa.
ore
15,30 Bertolissi si reca alla diga e redige un rapporto che sottolinea «la
gravità della situazione per cui si attendono istruzioni da codesto Servizio
Dighe». Consegnato all'ingegnere capo del Genio Civile, Almo Violin, la mattina
del 9, il rapporto viene spedito a Roma nel pomeriggio per posta ordinaria (PAS
57).
Biadene telefona anche alla sede di Roma della ENEL-SADE, pregando
Baroncini di convincere Penta e la Commissione di collaudo di fare un nuovo
sopralluogo. Penta accetta di inviare un proprio assistente, professor Esu,
venerdì 11.
I Carabinieri fanno sgomberare alcuni abitati sotto quota 730.
9
ottobre, mattina i movimenti della frana
fanno sì che il canale di scarico dell'invaso sia ostruito. Biadene scrive a
Pancini, chiedendogli di rientrare dalle ferie: «...in questi giorni le velocità
di traslazione della frana sono decisamente aumentate [...]. Le fessure del
terreno, gli avvallamenti sulla strada, l'evidente inclinazione degli alberi
sulla costa che sovrasta La Pozza, l'aprirsi della grande fessura che delimita
la zona franosa, il muoversi dei punti anche verso la “Pineda” che finora
erano rimasti fermi, fanno pensare al peggio. Ieri abbiamo telegrafato al
Sindaco di Erto e alla Prefettura di Udine, chiedendo che sia ripristinata
l'ordinanza di divieto di transito sulla strada; intanto il serbatoio sta
calando 1 metro al giorno e questa mattina dovrebbe essere a quota 700. Penso di
raggiungere quota 695 sempre allo scopo di creare una fascia di sicurezza per le
ondate [...]. Mi spiace darle tante cattive notizie e di doverLa far rientrare
anzitempo. [...] Che Iddio ce la mandi buona» (SGI 244-5)
ore
12 durante la pausa pranzo alcuni operai ENEL fermi sul coronamento
della diga vedono ad occhio nudo il movimento della montagna.
ore
13 dietro le baracche degli operai in sponda sinistra, si apre una crepa
larga 50 centimetri e lunga 5 metri. Dopo tre ore la crepa ha progredito di
40-50 centimetri.
ore
15-16 un operaio attraversando la zona del Massalezza ad una quota
superiore alla strada, vede alberi cadere e sollevare con le radici grandi zolle
di terra.
ore
17 Caruso riceve da Venezia le direttive di avvertire il Comando dei
Carabinieri per disporre il blocco del traffico stradale nella zona di pericolo
(CP A1 24).
ore
17,50 Biadene telefona a Penta, che lo rincuora: «Mi raccomanda la calma e
di “non medicarci la testa prima di essercela rotta”» (SGI 250). E' in
quella telefonata che Biadene, per la prima volta, informa Penta degli
esperimenti su modello del CIM e sulla presunta quota 700 come quota di
sicurezza (ASC 20). Subito dopo Batini telefona a Biadene, che gli conferma il
procedere dello svaso, «compatibilmente all'esercizio di Soverzene», messo
abusivamente in funzione per produrre energia elettrica con l'acqua dello svaso
(SGI 251).
ore
20 i camion non sono più in grado di transitare sulla strada in sponda
sinistra. La strada per il Toc viene sbarrata dalla SADE.
Caruso incontra al caffè Deon di Belluno il comandante dei Carabinieri e
gli spiega la necessità del provvedimento di chiusura della statale di Alemagna,
prima e dopo Longarone. Il comandante telefona da un bar alla Caserma di Cortina
d'Ampezzo e dà l'ordine, che viene trasmesso al maresciallo di Longarone (CM
184).
ore
22 Rittmeyer telefona a Biadene, a Venezia, per comunicare la sua
estrema preoccupazione, dato che la montagna ha cominciato a cedere
visibilmente. E' preoccupato altresì per la frazione di Erto delle Spesse, a
quota 729. Una telefonista di Longarone sente il colloquio, si intromette per
chiedere se non ci sia pericolo anche per Longarone. Biadene la tranquillizza ma
consiglia Rittmeyer di «dormire con un occhio solo» (CP A1 24).
ore
22,39 la frana si stacca. Non in due tempi, bensì come corpo unico,
compatto: 260 milioni di metri cubi di roccia. In quel momento il livello
dell'acqua è a quota 700,42 m. s.l.m. L'onda, di 50 milioni di metri cubi,
provocata dalla frana, si divide in due direzioni. Investe da una parte i
villaggi di Frasein, San Martino, Col di Spesse, Patata, Il Cristo. Quindi
arriva ai bordi di Casso e Pineda. Dall'altra parte, superando la diga,
raggiunge Longarone, Codissago, Castellavazzo. Infine Villanova, Pirago, Faè,
Rivalta, per poi defluire lungo il Piave. L'onda provoca 1917 morti: 1450 a
Longarone, 109 a Castellavazzo, 158 a Erto e Casso e 200 persone originarie di
altri comuni, di cui la maggior parte lavoratori e tecnici della diga con le
rispettive famiglie. Pochissimi i feriti. In tutta la zona l'unica opera umana
che resiste, senza danni, all'onda è la diga di Carlo Semenza sul torrente
Vajont.
11
ottobre viene nominata la Commissione di inchiesta sulla sciagura del Vajont,
per espressa volontà del Ministro ai Lavori Pubblici, di comune accordo con il
Presidente del Consiglio. Insediata il 14 ottobre, alla Commissione vengono
concessi due mesi di tempo per presentare la relazione. Il suo compito è quello
di «accertare [...] le cause, prossime e remote, determinanti la catastrofe».La
Commissione consegnerà la relazione in 90 giorni.
7
novembre ultima relazione della Commissione di collaudo, che dichiara concluso
il suo mandato ed impossibile «la prosecuzione delle operazioni di collaudo»
della diga (CP A1 9).
1968
20
febbraio il Giudice istruttore Mario Fabbri deposita la sentenza del
procedimento penale contro Alberico Biadene, Mario Pancini, Pietro Frosini,
Francesco Sensidoni, Curzio Batini, Francesco Penta, Luigi Greco, Almo Violin,
Dino Tonini, Roberto Marin, Augusto Ghetti. Penta e Greco sono nel frattempo
deceduti.
28
novembre Mario Pancini si toglie la vita
29
novembre inizia a L'Aquila il processo di primo grado
1969
17
dicembre si conclude il processo di primo grado. L'accusa chiede 21 anni per
tutti gli imputati per disastro colposo di frana e disastra colposo
d'inondazione, aggravati dalla previsione dell'evento e omicidi colposi plurimi
aggravati. Vengono condannati a sei anni di reclusione Biadene, Batini e Violin,
per omicidio colposo, colpevoli di non aver avvertito e di non avere messo in
moto lo sgombero; assolti tutti gli altri. Non viene riconosciuta la
prevedibilità della frana.
1970
26
luglio inizia a L'Aquila il Processo d'Appello, con lo stralcio della
posizione di Batini, gravemente ammalato.
3
ottobre la sentenza riconosce la totale colpevolezza di Biadene e Sensidoni:
il primo viene condannato a 3 anni di reclusione, il secondo ad un anno e mezzo;
Violin e tutti gli altri vengono assolti.
1971
15-25
marzo Processo di Cassazione a Roma: viene confermato il verdetto del
processo di secondo grado, ma vengono ridotte le pene a Biadene e a Sensidoni:
il primo è condannato a due anni di reclusione, il secondo a dieci mesi.
1982
3 dicembre la Corte d'Appello di Firenze, cassando una precedente sentenza della Corte di Appello de L'Aquila del 16 dicembre 1975 - 23 gennaio 1976, condanna in solido l'ENEL e la Montedison (in cui è confluita la SADE) al risarcimento dei danni sofferti dallo Stato e la sola Montedison per i danni subiti dal Comune di Longarone, riservandosi di quantificare in altra sede l'ammontare dei danni stessi e la loro ripartizione fra i responsabili civili. In questo stesso anno, la Corte Suprema di Cassazione, rigetta il ricorso dell'ENEL nei confronti del comune di Erto-Casso e del neonato comune di Vajont, obbligando così l'ENEL al risarcimento dei danni subiti, che verranno quantificati dal Tribunale Civile e Penale di Belluno in lire 480.990.500 per beni patrimoniali e demaniali perduti; lire 500.000.000 per danno patrimoniale conseguente alla perdita parziale della popolazione e conseguenti attività; lire 500.000.000 per danno ambientale ed ecologico; le cifre non sono state ancora corrisposte e, rivalutate, hanno raggiunto il valore di 22 miliardi di lire circa.
1986
17
dicembre la Corte Suprema di Cassazione rigetta il ricorso intentato dalla
Montedison alla sentenza del 1982.
1997
15
febbraio il Tribunale Civile e Penale di Belluno condanna la Montedison a
risarcire i danni subiti dal Comune di Longarone per un ammontare di lire
55.645.758.500, comprensive dei danni patrimoniali, extra-patrimoniali e morali,
oltre a lire 526.546.800 per spese di lite ed onorari e lire 160.325.530 per
altre spese. La sentenza ha carattere immediatamente esecutivo.